Oriana Fallaci.

articolo di  Patrizia Cordone. Giornalista, scrittrice di fama mondiale, contesa dalle più importanti testate internazionali, la prima inviata di guerra, con tanti riconoscimenti anche postumi, animata da un profondo senso di onestà verso il suo mestiere ha lasciato una grande eredità attraverso tutti i suoi scritti: la conoscenza della storia e di fatti epocali. Precorritrice del giornalismo d’inchiesta si occupò della condizione femminile del medio oriente; desiderosa di consegnare ai posteri “Il cappello con le ciliegie”, la memoria delle donne della sua famiglia non risparmiò le esigue forze provate da un terribile male  e colpita da un suo dramma personale scrisse quella “Lettera a un bambino mai nato” con una dedica speciale a noi: “A chi non teme il dubbio, a chi si chiede i perché senza stancarsi e a costo di soffrire di morire, a chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla, questo libro è dedicato da una donna per tutte le donne”.

settembre 2018©L’Agenda delle Donne, il blog di Patrizia Cordone. Diritti d’autore riservati.

Nacque a Firenze nel 1929 in una famiglia modesta. Dal padre antifascista, Edoardo Fallaci, perseguitato, catturato, torturato dai fascisti a villa Triste a Firenze e poi rilasciato, fu incaricata del compito di staffetta, aggregandosi alle Brigate Giustizia e Libertà, le formazioni partigiane del Partito d’Azione ed assunse il nome di battaglia “Emilia”. Fu impegnata con la consegna delle munizioni, dei messaggi segreti e dei giornali clandestini ai compagni partigiani; dell’accompagnamento dei prigionieri inglesi ed americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre 1943 verso le linee alleate. Era appena adolescente, ma sviluppò senso del dovere ed autodisciplina, le doti, che l’accompagnarono per tutta la sua vita e che contraddistinsero la sua etica professionale, del resto in seguito lei si descrisse così “sono un soldato. Lo sono fin da ragazzina, quando nella mia famiglia di antifascisti diventai anche io un partigiano. Un soldato”.

Fin da bambina e più avanti da ragazzina, nonostante le ristrettezze economiche in casa Fallaci non erano mai mancati i libri, i suoi balocchi, grazie a Tosca Cantini, sua madre, e poi nella parentela annoverava uno zio giornalista, Bruno Fallaci. Giocoforza che prima Neera e Paola, le sue sorelle, poi lei Oriana esordì diciassettenne nel giornalismo, pubblicando il suo primo articolo per “Il Mattino dell’Italia Centrale”, quotidiano fiorentino, nel 1946. La guerra era terminata, lei aveva conseguito la maturità classica, con i suoi primi guadagni aiutò la sua famiglia e si iscrisse all’università di Firenze, inizialmente al corso di medicina e poi a quello di lettere, in seguito interrotto e non più ripreso. Tutta la sua attenzione ed il suo tempo erano assorbiti dal lavoro fino all’alba, in giro tra ospedali e commissariati, sia a Firenze città che in provincia,  alla ricerca di notizie per i suoi articoli di cronaca nera e giudiziaria, ovviamente  era l’inizio faticoso e tipico da gavetta, giacché poi scrisse anche di costume, di moda e di spettacolo. Ma la collaborazione alla testata giornalistica fiorentina si interruppe nel 1951 a causa del suo rifiuto a scrivere un articolo contro Palmiro Togliatti, ingiuntole dalla direzione, che la licenziò. Decisa si trasferì a Milano, lavorando per “Epoca”, il glorioso settimanale di Mondadori ed allora diretto da suo zio Bruno Fallaci, il quale ligio al suo dovere imparziale e per non accollarsi l’onta di nepotismo, relegò la nipote al lavoro di correzione degli articoli ed ad altre incombenze ripetitive, da cui lentamente si sarebbe riscattata, come lei stessa ebbe a ricordare successivamente: “lo zio Bruno ama narrare che un tempo mi si chiedeva se “ero nipote di Bruno”, oggi gli chiedono se “è zio dell’Oriana”.

Intanto nel 1954 a licenziamento avvenuto del suo illustre parente, lei lasciò il settimanale e fu subito assunta dalla redazione romana de “L’Europeo”, per il quale aveva iniziato delle collaborazioni saltuarie tre anni prima con un articolo, anziché destinato al cattolicissimo “Il mattino”, per il quale lavorava, inviandolo invece per l’appunto alla redazione proprio de “L’Europeo”, il suo settimanale preferito per sua stessa ammissione, su un episodio curioso ed eloquente del periodo post Resistenza a mò di Don Peppone e Camillo, i personaggi di Guareschi: a Fiesole era stato negato il rito religioso da una parrocchia ad un comunista scomparso ed i compagni inscenarono la funzione, imparando la liturgia ed indossando le vesti sacerdotali. A Roma dal prestigioso settimanale allora diretto da Arrigo Benedetti fu assunta con l’incarico della cronaca romana, da lei accettato “con un sopracciglio alzato”. A Roma, capitale della vita mondana e la meta preferita dei divi americani,  si viveva la “dolce vita”, un’atmosfera frivola e lontana dal vissuto di Oriana Fallaci, che non demorse, anzi si dotò degli strumenti del mestiere, gettando le basi aureee della sua tecnica giornalistica di conduzione delle interviste e delle inchieste. Scrupolosa, pignola e perfezionista come poche-i redigeva delle accurate bozze, vagliava un numero imprecisato di varianti per prepararsi alle interviste, studiando preventivamente i suoi soggetti per conquistarli e poi tendere loro la trappola su argomenti critici ed infine svelarli, a volte smascherandoli brutalmente. A tale riguardo va ricordato, che gran parte di questo suo materiale preparatorio è stato esposto a New York, a Milano, a Roma ed a Firenze con un ciclo di mostre realizzato nel 2007, da cui è stato editato il catalogo “Oriana Fallaci. Intervista con la Storia”, con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed in collaborazione con RCS. Ma il suo incarico giornalistico presso “L’Europeo non fu limitato all’atmosfera romana, giungendo presto la prima trasferta a New York ed assecondando il suo sogno di viaggiare per il mondo e conoscere “i paesi della democrazia”, spesso citati da suo padre durante il fascismo e lontani dal clima opprimente del regime mussoliniano nel nostro paese. Per lei che era nata e cresciuta con la dittatura imperante era un bisogno di libertà, in minima parte esaudito dopo la Liberazione viaggiando in Europa. Così nel 1955 si recò per la prima volta negli States, che successivamente elesse a sua dimora stabile. Qui realizzò tante di quelle interviste ai divi ed ai politici di allora da pubblicarle raccogliendole con “I sette peccati di Hollywood”, il libro stampato da Longanesi nel 1958 e niente di meno che con la prefazione di Orson Welles: fu il suo debutto da scrittrice.

Sempre da “L’Europeo” giunse un altro importante incarico di un’inchiesta relativa al ruolo ed alla condizione delle donne in medio oriente, che lei svolse mirabilmente e da cui ricavò del materiale sufficiente sia per il settimanale che per “Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna”, il suo secondo libro, ma il primo pubblicato per Rizzoli nel 1961. Sempre per lo stesso editore con il libro “Gli antipatici”, nel 1963 furono editati tutti i suoi articoli pubblicati dal settimanale con dei ritratti nient’affatto lusinghieri dei divi dello spettacolo. Ancora altre interviste importanti stavolta agli scienziati ed agli astronauti della Nasa, pubblicate prima dall’Europeo singolarmente e poi raccolte con il libro “Se il sole muore” da Rizzoli nel 1965. Sono gli anni degli studi dei viaggi sulla luna con lo sfondo politico della “guerra fredda” post bellica tra Usa e l’ex Urss accludente la rivalità per l’egemonia scientifica. Un vero scoop fu la sua intervista a Wernher von Braun, lo scienziato nazista arruolato dagli Usa per la costruzione di missili ed allora direttore della Nasa.

Si arriva così al fatidico 1967 con un’ulteriore svolta professionale. Lei, che da giovinetta aveva conosciuto i rischi da partigiana antifascista e vissuto i patimenti della guerra; lei, che da giornalista debuttante si era occupata di mondanità ed una volta affermatasi professionalmente aveva interloquito con gli scienziati, ottenne l’incarico rischioso di inviata di guerra in Vietnam. Laggiù tornò ben dodici volte nell’arco di sette anni. Descrisse perfettamente il caos di quella guerra devastante certo materialmente, ma peggio e di più, esacerbante le peggiori inclinazioni (dis)umane al sadismo tout court di tutti, dei soldati ed anche dei civili; raccontò dell’offensiva del Tet, dell’assedio di Saigon, delle infinite rappresaglie, senza mai risparmiare le critiche aspre a nessuno, chiunque fossero,  contingenti americani, sudvietnamiti oppure i vietcong e documentando puntualmente le atrocità commesse da qualunque attore politico!

I suoi reportage pubblicati da L’Europeo erano seguitissimi dal pubblico italiano e dalle maggiori testate internazionali, che li acquistarono e tradussero, di fatto un successo senza precedenti  …. la sua bravura riconosciuta le accrebbe la fama a livello mondiale. Con queste corrispondenze dal Vietnam, poi raccolte con il libro “Niente e così sia” da Rizzoli nel 1969, aveva creato un genere fino ad allora sconosciuto di fare informazione, cioè integrando la mera cronaca dei fatti con i racconti degli artefici e delle vittime superstiti. Tale merito consegue al metodo delle interviste da lei collaudate, soprariportate, con la sua esperienza da debuttante di cronaca mondana alla fine degli anni cinquanta: la fedeltà allo scavo per la ricerca della verità. Ovviamente fu proiettata ai vertici del giornalismo mondiale, un primato notevole per una donna giornalista in quegli anni, quando il settore era ancora un puro appannaggio esclusivamente maschile.

Altro suo reportage celebre è quello da Città del Messico alla vigilia delle olimpiadi del 1968, dove fu ferita durante la strage di piazza delle Tre Culture e nonostante le sue gravi condizioni scrisse la terribile cronaca di quei tragici eventi (con riferimento a questa strage si rimanda alla biografia di Elena Poniatowska, la principessa-scrittrice, pubblicata da questo sito. ndR). D’altronde dalla sua esperienza di cronista fu sempre molto solerte agli accadimenti internazionali, oggi ritenuti giustamente epocali: la rivolta di Detroit, l’attentato a Bob Kennedy, il conflitto indo-pachistano e l’incandescente situazione medio-orientale. Inoltre più che celebri, arcinote sono le sue interviste agli uomini ed a talune donne di potere. Alcuni considerati intoccabili. Qualche  nome? Ali Bhutto, Haile Selassie, al generale Giap, Indira Gandhi, Golda Meir, Reza Pahlavi, Yassir Arafat, Henry Kissinger, re Hussein di Giordania, lo Scià di Persia… ed altri.  Ventisei di queste interviste vennero editate con  il libro “Intervista con la storia” nel 1974. La molla non fu affatto per vanità professionale, ma scattò per un bisogno sincero di conoscere da vicino quei personaggi ed indagare le loro reali capacità, le altrettanto reali spinte motivazionali e le trame del potere ….. mettere a nudo il re! Tra queste interviste una in particolare va segnalata a causa della sua contingenza con l’attualità, cioè il velo islamico e l’incontro con Khomeini. Conditio sine qua non fu indossare il chador ed il matrimonio temporaneo con il suo interprete. Situazione grottesca? Forse, leggete un po’ come andò. Il giorno precedente dell’intervista  un mullah la vide cambiarsi d’abito per indossare il velo nella stessa stanza, dove era presente l’interprete, fatto inammissibile secondo la legge iraniana e con la condanna a morte per l’uomo, a cui è vietato appartarsi con una donna che non sia sua moglie. Quindi Fallaci ed il suo interprete “vennero sposati” temporaneamente secondo la consuetudine sciita, matrimonio riparatore,  temporaneo ed annullabile. Ma non è tutto. Come era nel suo stile, durante l’intervista incalzò Khomeini con delle domande pressanti circa la condizione femminile fino ad apostrofarlo come tiranno suscitando la sua ira. Di tutta risposta l’intervista fu interrotta bruscamente per essere poi completata il giorno dopo ….. intanto Oriana Fallaci si era tolta il chador e dalla massima autorità iraniana venne additata pubblicamente come “quella donna”, un esempio da non seguire. Come contraltare interessante é la sua celebre intervista a Lina Merlin pubblicata da L’Europeo nel 1963.

Il 1975, l’anno successivo, segna un ulteriore passaggio con “Lettera a un bambino mai nato”, pubblicato da Rizzoli. E’ un saggio parzialmente autobiografico relativo all’aborto, tema rovente in quegli anni di dibattito intenso, di grande successo anche all’estero. “Life”, “The New York Times”, “Le Nouvel Observateur”, “Le Figaro littéraire”, “Der Stern” e parecchie altre testate internazionali si contesero i suoi articoli, inoltre soprattutto quelle statunitensi dedicarono dei servizi speciali al suo percorso professionale diventato il “caso Fallaci”. L’università di Boston raccolse e catalogò persino il suo lavoro, altre sedi accademiche americane richiesero le sue conferenze dinanzi ad auditori di studenti ammirati e nel 1977 Il Columbia college di Chicago le conferì la laurea honoris causa in letteratura.

Seguirono altri incarichi da inviata di guerra a Beirut negli anni ottanta, di cui “Insciallah”, il libro pubblicato nel 1990, è un documento importante circa la guerra in Libano, oltre a successivi libri fino a giungere al 2006.

Da anni era affetta da un male incurabile, contro cui lottò strenuamente. Cosciente del suo grave stato irreversibile desiderava esalare l’ultimo respiro nella città in cui era nata: “voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata”. Fu fatta rientrare in Italia, ma stante l’inadeguatezza del luogo alle sue condizioni precarie di salute, fu ricoverata presso la clinica di Santa Chiara a Firenze, dove si spense il 15 settembre 2006. Le sue spoglie riposano al cimitero degli Allori a Firenze, nella tomba di famiglia accanto al cippo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita, a cui lei aveva dedicato “Un uomo”, libro memorabile sulla storia della dittatura dei colonnelli in Grecia.

Postumi sono stati pubblicati dei suoi libri incompleti all’atto della sua scomparsa, tra cui quello a cui teneva di più “Un cappello pieno di ciliegie”, la sua saga familiare a partire dalla mitica Ildebranda, una sua lontana ava condannata per atti di stregoneria nel seicento, fino a giungere alla sua giovinezza della prima metà del novecento. La donna, che dopo avere tanto raccontato del mondo al mondo, durante la sua vecchiaia voleva restituire a sé stessa la propria memoria e della sua discendenza …….

articolo di  Patrizia Cordone , settembre 2018©L’Agenda delle Donne, il blog di Patrizia Cordone. Diritti d’autore riservati.

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letture consigliate per una migliore conoscenza del sito:

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i suoi libri:

  • I sette peccati di Hollywood, Milano, Collana Il Cammeo, Longanesi, 1958;
  • Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna, Milano, Rizzoli, 1961;
  • Penelope alla guerra, Milano, Rizzoli, 1962;
  • Gli antipatici, Milano, Rizzoli, 1963;
  • Se il sole muore, Milano, Rizzoli, 1965;
  • Niente e così sia, Milano, Rizzoli, 1969;
  • Quel giorno sulla Luna, Milano, Rizzoli, 1970;
  • Intervista con la storia, Milano, Rizzoli, 1974;
  • Lettera a un bambino mai nato, Milano, Rizzoli, 1975;
  • Un uomo, Milano, Rizzoli, 1979;
  • Insciallah, Milano, Rizzoli, 1990;
  • La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2001;
  • La forza della ragione, Milano, Rizzoli, 2004;
  • Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, Milano, Corriere della Sera, 2004, volume uscito nel mese di agosto per i lettori del Corriere della Sera;
  • Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse, New York, Rizzoli international, 2004.

libri pubblicati postumi:

  • Oriana Fallaci. Intervista con la Storia. Immagini e parole di una vita, a cura di Alessandro Cannavò ed A. Nicosia, Rizzoli, Milano, 2007;
  • Un cappello pieno di ciliege, Collana I Libri di Oriana Fallaci, Rizzoli, Milano, 2008;
  • Intervista con il Potere, Rizzoli, Milano, 2009 – una raccolta di altre interviste con uomini di potere ed esponenti politici importanti, realizzate da Fallaci tra il 1964 e il 1982;
  • Saigon e così sia, Milano, Rizzoli, 2010 – antologia di articoli scritti dall’inviata di guerra Fallaci per il settimanale L’Europeo tra il 1969 ed il 1975 dal sud-est asiatico;
  • Intervista con il mito, Milano, Rizzoli, 2010 – una raccolta di interviste realizzate per L’Europeo negli anni sessanta;
  • Il mio cuore è più stanco della mia voce, Collana Opere di Oriana Fallaci, Milano, Rizzoli, 2013 – la trascrizione di alcuni discorsi tenuti presso le università americane negli anni settanta e ottanta;
  • Viaggio in America, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2014 – una collezione di reportage dagli Stati Uniti d’America pubblicati su L’Europeo negli anni sessanta;
  • Oriana Fallaci. In parole e immagini, a cura di Edoardo Perazzi, Collana Saggi italiani, Rizzoli, Milano, 2014;
  • Le radici dell’odio. La mia verità sull’Islam, Prefazione di Lucia Annunziata, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2015;
  • Pasolini. Un uomo scomodo, introduzione a cura di Alessandro Cannavò, Milano, Rizzoli, 2015;
  • Solo io posso scrivere la mia storia. Autoritratto di una donna scomoda, collana Saggi, Milano, Rizzoli, 2016;
  • L’Italia della Dolce Vita, collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2017;
  • 1968. Dal Vietnam al Messico. Diario di un anno cruciale, collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2017;
  • La vita è una guerra ripetuta ogni giorno, collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2018.